Educare alla diversità

La scuola è luogo d’incontro e di relazione, del resto l’esperienza formativa di ciascuno di noi è caratterizzata da continue presenze dell’altro. Entrare in relazione con l’altro ovviamente significa entrare in contatto con un’altra identità, cioè con qualcuno che è diverso da me. In questo Educare alla diversità (2)modo, oltre a conoscere maggiormente la mia identità, io posso arricchirmi grazie all’alterità. Esiste un IO proprio in quanto è presente un TU con cui confrontarmi, un EGLI da cui differenziarci, e così via. Ma non sempre questo dialogo è adeguatamente riconosciuto e valorizzato. La diversità è spesso vista in chiave negativa, come minaccia della propria identità e per questo la presenza del diverso frequentemente genera sentimenti di paura, ansia, sospetto. Tutto ciò determina (ahi noi!) comportamenti di violenza e discriminazione ed è per questo che è fondamentale rivedere il ruolo della scuola. Qualche anno fa il Ministero delle Pari Opportunità finanziò un progetto di sensibilizzazione e informazione con un kit in tre volumi «Educare alla diversità a scuola» realizzato dall’Istituto Beck sulla base di un contratto con l’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) del dicembre 2012. Questo progetto fu osteggiato e denigrato aspramente e temo che poche realtà poterono accogliere l’iniziativa. Questo a dimostrazione di quanto scritto poc’anzi: la paura, l’ansia e il sospetto ebbero la meglio, accompagnate da una buona dose d’ignoranza. Sì, l’ignoranza. Sarebbe utile, infatti, capire qual è il discrimine. Diverso, certo, ma diverso da chi? Siamo tutti diversi, e questo ci rende unici, ma allo stesso tempo tutti uguali, e la scienza e il DNA lo dimostrano. Raccontarsi e ascoltarsi a scuola, renderebbe più fluide le relazioni, il confronto e la crescita. Il bullismo, l’omofobia, il razzismo, l’intolleranza religiosa, gli abusi sulle donne e sui minori hanno origine dal pregiudizio e dall’ignoranza. Ma il pregiudizio non è innato, ha piuttosto il suo fondamento nelle influenze familiari, ambientali, sociali, e si struttura già dalla prima infanzia. Pertanto, se crediamo sia giusto cercare di limitare il più possibile l’insorgere di pregiudizi, è fondamentale intervenire a livello scolastico, educativo, familiare per fare della diversità una vera ricchezza, un nuovo paradigma educativo e per stimolare i bambini e i ragazzi a pensare criticamente piuttosto che dir loro quello che devono pensare. Educare alla diversità è quindi un dovere etico, specie in una scuola che vuole definirsi inclusiva. La  scuola ha la caratteristica  di essere un luogo di incontro di tutti. Questa diversità di presenze deve  essere  la realtà di ogni classe. Sarebbe importante verificare, ad esempio, quando si formano le classi,  che ognuna di esse sia estremamente  eterogenea. Parlerei di equieterogeneità, cioè di un’eterogeneità rigorosamente equa per composizione, varietà di provenienze sociali, sessuali, religiose, culturali. La scuola dovrebbe diventare un luogo in cui si producono le diversità. Dove diversità significa estrema ricchezza data dall’originalità di ciascuno. Invece, spesso la scuola punta a: massificare, omologare, assimilare l’altro  nel  gruppo  e  conformare. “La nostra ricchezza collettiva è data dalla nostra diversità. L’altro, come individuo o come gruppo, è prezioso nella misura in cui è dissimile. Oggi più che mai la scuola deve educare gli studenti a considerare il diverso non come un pericolo per la propria sicurezza, ma come risorsa per la crescita. Tuttavia una vera pedagogia della differenza si esprime non certo in prediche e indottrinamenti, né con tecniche di persuasione più o meno sofisticate, ma anzitutto sperimentando quotidianamente la realtà di una scuola come una comunità di diversi, che non emargina chi non è uguale o chi non è in grado di seguire il ritmo dei migliori. È chiaro che, perché tutto ciò avvenga, è necessario porre come elementi centrali della relazione educativa l’ascolto, il dialogo, la ricerca comune e l’utilizzo di metodologie attive e di tecniche d’animazione in grado di sviluppare le capacità critiche di porsi delle domande, di imparare a mettersi nei panni altrui, di attivare delle reti di discussione, di uscire dagli schemi, di essere creativi e divergenti” (Albert Jachard). Non è impossibile, basterebbe almeno provare.

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